Le “Good Clinical Practice (GCP) Guidelines” (Linee guida di buona pratica clinica, chiamate “ICH-GCP”, oppure semplicemente “GCP”) sono citate in tutti i progetti di ricerca con l’essere umano (anche a sproposito!).

L’affermazione “lo studio verrà condotto secondo le GCP” viene inserita più o meno ovunque: nel protocollo, nell’informativa per il paziente, nel contratto… e suona come una rassicurazione, per i Comitati etici, per i ricercatori, per i partecipanti.

Che cosa è la “Good Clinical Practice (buona pratica clinica)”? [Il nome di per sé è fuorviante: dovrebbe semmai chiamarsi “Good Research Practice” (buona pratica della ricerca)!]

La prima definizione ufficiale in italiano è contenuta nel decreto del Ministero della Sanità 15 luglio 1997. Secondo questa definizione, “la Buona Pratica Clinica è uno standard internazionale di etica e di qualità scientifica” e l’aderenza agli standard di GCP “garantisce pubblicamente non solo la tutela dei diritti, della sicurezza e del benessere dei soggetti che partecipano allo studio, in conformità con i principi stabiliti dalla Dichiarazione di Helsinki, ma anche l’attendibilità dei dati relativi allo studio clinico” (il grassetto è nostro).

Anche il Regolamento europeo n. 536/2014 le richiama ampiamente nel considerando 43 ed all’articolo 47 riporta che “Fatte salve qualsiasi altra disposizione del diritto dell’Unione o le linee guida della Commissione, il promotore e lo sperimentatore, nel redigere il protocollo e nell’applicare il presente regolamento e il protocollo, tengono altresì opportunamente conto degli standard di qualità e delle linee guida ICH di buona pratica clinica.”

Chi ha scritto le Linee guida di buona pratica clinica e per quale motivo?
Le ICH-GCP sono un documento della International Conference of Harmonization, (ICH – oggi International Council of Harmonization), un consorzio costituito dalle agenzie regolatorie e dalle associazioni delle industrie farmaceutiche di Europa, USA e Giappone (a questi si sono aggiunte successivamente le agenzie regolatorie di Canada e Svizzera). Negli anni ’90, lo scopo delle ICH-GCP è stato quello di armonizzare le procedure di conduzione dei trial clinici farmacologici, in modo da poterli utilizzare per la registrazione dei nuovi farmaci nel mercato europeo, statunitense e giapponese*.

Con il passare del tempo questo documento, nato per scopi esclusivamente regolatori, è diventato una sorta di “bibbia” da applicare a qualunque tipo di studio, causando un aumento dei costi insostenibile per la ricerca priva di finanziamenti industriali.

Ma le GCP rappresentano davvero una garanzia di qualità della ricerca? Tutelano davvero i diritti, la sicurezza ed i benessere dei partecipanti agli studi clinici?
Per quanto riguarda la tutela dei partecipanti e la trasparenza della ricerca, la Dichiarazione di Helsinki (che, ricordiamo, è scritta da un’associazione di medici) contiene numerose “prescrizioni” che sono invece completamente ignorate nelle GCP**:

  • i finanziamenti e conflitti di interessi devono essere resi noti ai comitati etici ed ai partecipanti alla ricerca
  • le sperimentazioni devono essere inserite e visibili in registri pubblici
  • la ricerca deve rispondere ai bisogni di salute delle popolazioni coinvolte
  • l’uso del placebo deve essere rigidamente regolamentato e limitato
  • alla fine della sperimentazione deve essere garantito l’accesso al trattamento sperimentato
  • tutti i risultati degli studi devono essere riportati in modo accurato; anche i risultati negativi devono essere pubblicati, o comunque resi accessibili.

Ma anche la presunta capacità di garantire la qualità della ricerca è discutibile.

La campagna MoreTrials
Secondo un gruppo di ricercatori del Nuffield Department of Population Health dell’Università di Oxford, le GCP enfatizzano aspetti procedurali di scarsa rilevanza (ad esempio un controllo eccessivo dei dati, la puntuale verifica dei “documenti originali”) a spese dei pochi requisiti veramente critici per assicurare che lo studio sia in grado di produrre un risultato affidabile, garantendo allo stesso tempo la sicurezza dei partecipanti (ad esempio, dimensione del campione, randomizzazione, cecità).

Il gruppo ha lanciato la campagna MoreTrials, per spiegare i molti punti deboli delle Linee guida di buona pratica clinica (leggi anche qui una divertente descrizione del problema #1!) e per chiedere all’Agenzia Europea dei Medicinali (EMA) ed a ICH di rivederle profondamente, coinvolgendo in modo trasparente tutti i soggetti interessati nella progettazione e realizzazione degli studi.

La lettera inviata ad EMA e ad ICH il 31 gennaio 2016 è stata già firmata da 5 organizzazioni internazionali e da un consorzio di 119 ricercatori di 22 Paesi, ma è importante che questi numeri aumentino!

Invitiamo quindi le società scientifiche, i ricercatori, le associazioni di pazienti, ad aderire alla campagna MoreTrials, contattando il prof. Tim Sprosen, Nuffield Department of Population Health, University of Oxford (tim.sprosen@ndph.ox.ac.uk).

La Redazione

Bibliografia (a cura di Gaia Marsico)


* La versione attualmente in vigore delle Linee guida di buona pratica clinica risale al 1996 ed è citata come versione E6(R1).

Nel 2014 l’ICH, riconoscendo che in 18 anni il mondo della ricerca era cambiato (!!), ha avviato il processo di aggiornamento del documento. La scelta dell’ICH non è stata quella di rivedere completamente le vecchie Linee guida, ma di aggiungervi delle nuove parti. Il documento, integrato con l’Addendum e denominato E6(R2), è stato pubblicato lo scorso giugno 2015 ed è attualmente in corso di revisione da parte delle agenzie regolatorie di Paesi aderenti all’ICH.

Le due versioni e la documentazione relativa all’Addendum sono disponibili sul sito dell’ICH, nella sezione Efficacy Guidelines (cliccare su E6 Good Clinical Practice).

** Vale la pena ricordare, che quando è uscita la versione 2008 della dichiarazione di Helsinki l’FDA ha rifiutato la revisione, soprattutto in risposta alle restrizioni imposte sull’uso del placebo, e il 28 aprile 2008 ha dichiarato che avrebbe sostituito la dichiarazione di Helsinki con le GCP-ICH per gli studi condotti fuori dagli USA. Ciò aveva generato molte preoccupazioni all’interno della comunità scientifica internazionale.